GIORNO 3: FIORI E FRUTTI
La fioritura del benessere che diventa bene e cura comune
«Il senso profondo della vita è nel dono di sé.
Non siamo qui per accumulare o distruggere, ma per servire e offrire ciò che abbiamo di più autentico.
La consapevolezza diventa reale solo quando viene condivisa.
È nel donarsi che troviamo integrità, bellezza e compimento.
In questo c’è il significato profondo di sé stessi.»
Daniel Lumera
È il terzo giorno: l’ultimo di questi primi tre giorni insieme.
E questa mattina, ancora prima di iniziare, la vita ci ricorda qualcosa che forse abbiamo dimenticato: niente è scontato.
Tutte le donne sono arrivate, siamo quasi pronte per iniziare ma manca Magdolin. Arriva dopo mezz’ora.
Mezz’ora prima suo figlio è stato investito da un’auto. E’ in ospedale. L’ha accompagnato, si è assicurata stesse bene ed è venuta qui.
È venuta comunque. A piedi. Sotto shock. Ma è qui.
Hala ha diciassette anni e oggi avrebbe scuola. È qui.
Huda ha lasciato per tre notti la propria famiglia per poter vivere interamente questi giorni insieme. È qui.
Non c’è niente da idealizzare o da rendere romantico nella fatica.
Non c’è nulla di poetico nella guerra, nello sfollamento, nella precarietà, nella mancanza di mezzi, nelle possibilità limitate, nel dover dipendere da qualcun altro per muoversi o per poter scegliere.
E proprio per questo è impossibile non vedere il valore che queste donne stanno dando a questo spazio.
Al tempo per sé.

Alla possibilità di imparare. Di ascoltarsi. Di lasciare la propria casa per qualche ora. Di incontrare altre donne.
Di poter dire, anche soltanto per una mattina: oggi scelgo di esserci anche per me.
Nei giorni precedenti ce lo avevano già raccontato nel primo giorno: alcune percorrono ore per raggiungerci, organizzano i figli, la famiglia, cercano un mezzo, spostano responsabilità che abitualmente non possono essere rimandate.
E ci avevano chiesto di raccontarlo, perché la loro fatica e la loro volontà non rimanessero chiuse dentro questa stanza (qui trovi il giorno 2)
E allora stamattina guardandole arrivare pensiamo a quante possibilità, nelle nostre vite, diventano invisibili proprio perché le abbiamo sempre avute.
Studiare. Muoverci. Entrare e uscire da una casa. Cambiare lavoro. Bere un caffè da sole. Immaginare un futuro. Scegliere. Dire no. Dire sì.
A volte possediamo così tanto spazio da non accorgerci più di averlo.
E poi incontri una donna che ne riceve un sorso.
E lo beve come fosse vita.

Il nostro albero è pronto a fiorire
Da tre giorni un albero cresce insieme a noi.
Il primo giorno abbiamo piantato semi e radici.
Ognuna aveva scelto una qualità da nutrire dentro di sé: speranza luminosa, sicurezza, amore, pace della mente, conoscenza di sé.
Il secondo giorno sono arrivati il tronco e i rami.
Abbiamo incontrato il corpo e le emozioni, imparato a sostare, a sentire senza dover immediatamente cambiare ciò che sentiamo. Abbiamo camminato, giocato, riso, danzato.
Visto rami nati da alberi differenti attraversare i confini dei fogli e cercarsi spontaneamente.
«Perché qui, ora, siamo libere», ci aveva detto Sahar. diario di viaggio Siria
Oggi il nostro albero arriva a fiori e frutti.
I fiori rappresentano ciò che inizia a sbocciare dentro e fuori.
I frutti ciò che quella fioritura può offrire a chiunque ci circondi.
Ai figli, alla famiglia, alle altre donne, alla comunità.
Non più soltanto: che cosa voglio coltivare dentro di me?
Ma: Che cosa di ciò che coltivo dentro di me può diventare bene anche per qualcun altro?
E c’è una differenza fondamentale.
Non vogliamo insegnare a queste donne a donarsi ancora di più dimenticando sé stesse. Lo hanno fatto per una vita.
Sono state e sono madri, mogli, figlie, caregiver, sostegno di famiglie intere.
Il movimento che stiamo esplorando è l’opposto:
partire da sé.

Ripple effect: la goccia e l’effetto cascata
Torniamo al filo bianco del primo giorno. Lo avevamo passato di mano in mano, trattenendone ognuna una parte.
Poi bastava che una sola di noi muovesse appena le dita perché quel movimento arrivasse altrove, fino a qualcuno che nemmeno vedeva chi l’aveva iniziato. Avevamo reso visibile una cosa normalmente invisibile: l’interconnessione.
Oggi la raccontiamo attraverso un’altra immagine.
Una goccia cade nell’acqua. Nasce un cerchio. Poi un altro. E un altro ancora.
L’onda si espande molto oltre il punto in cui tutto è cominciato.
La scienza lo definisce: il ripple effect.
E ci dimostra a livello neuroscientifico e neurosociologico come un piccolo cambiamento a livello di benessere interiore generi in modo naturale un effetto a cascata di benessere collettivo.
È così che un nuovo modo di vivere fondato sui valori può elevare l’intera collettività.

Prima e dopo: ascoltare anche ciò che cambia
Prima della pratica ci fermiamo. Chiediamo a ciascuna di ascoltare come sta, in quel preciso momento.
Utilizziamo una VAS, una semplice misura psicometrica, che ripeteremo subito dopo. Perché questo progetto nasce dall’incontro tra esperienza e osservazione.
Vogliamo ascoltare le parole. Guardare i volti. Accorgerci delle trasformazioni sottili.
Ma vogliamo anche raccogliere dati che, nel tempo, possano aiutarci a comprendere se e come queste pratiche abbiano realmente un impatto.
Segniamo il punto di partenza. Poi chiudiamo gli occhi.
Fare del cuore una dimora
Torniamo al Protocollo del Cuore, una delle pratiche My Life Design ideate da Daniel Lumera e trasmessa all’interno della formazione di Insegnanti di Meditazione dell’Accademia Dhyana che, per questo contesto, abbiamo preparato e tradotto in arabo grazie a Diana Abi Rached affinché possa essere sperimentata qui e, successivamente, continuata anche senza di noi.
Ci sediamo. La colonna eretta. Il respiro è dolce, naturale, presente.
Prendiamo contatto con l’aria che entra e che esce dalle narici, la ascoltiamo, la sentiamo. Man mano il respiro si fa sempre più lento, profondo, naturale.
Inspiriamo. Espiriamo. E lasciamo andare. Rilasciamo ogni tensione, peso, pensiero, fatica che è stata e ora è pronta per essere liberata.
Iniziamo insieme la respirazione consapevole che – tra tutte – più aiuta a rilasciare stress, ansie e diminuire lo stato di infiammazione psicofisico: il sospiro ciclico.
Il corpo piano piano si quieta. La mente allenta la presa.
Ci sono momenti di respiro e momenti di vuoto. Momenti in cui non occorre fare niente. Solo esserci.
Dentro di noi risuonano due parole: Luce. Vita.
E restiamo. Il cuore come dimora. Come casa della presenza. E da lì sentiamo qualcosa che non rimane più soltanto nostro. Un sole che dal centro del cuore si espande.
Prima nella stanza. Poi nelle strade. Nelle città. Nei paesi. Nelle montagne. Nel deserto. Ad avvolgere Ad avvolgere ogni persona che amiamo e ci circonda. Ogni essere umano, ogni essere.
È ancora la stessa onda.
Dentro. Fuori. Non fa più molta differenza. Da sé. All’altro.
Alla fine riapriamo lentamente gli occhi.
E proprio mentre restiamo ancora un attimo dentro questo sentire Huda ci condivide ciò che ha visto.
Ci dice che è stato bellissimo poter lasciare libera l’immaginazione.
Ha visto un fiore. Prima colorato. Poi bianco. Un fiore che si apriva sopra il suo capo. E sbocciava. Come a dire “Senti un po’, io ora fiorisco”
E poi, lentamente, quel fiore si è fatto campo sconfinato sfumato nell’orizzonte del cielo: ha visto il fiore di ognuna di noi schiudersi in una raggio di sole insieme a tutti gli altri.
Un oceano di colori e profumi e Vita.
Così, in un attimo qualsiasi, in un campo profughi nel nord della Siria, accade la fioritura.

Il barattolo della gratitudine
Da qui si apre una gratitudine naturale, quella che – loro ci raccontano – cercano di nutrire ogni giorno, qualsiasi cosa accada, bella, brutta, gioiosa o dolorosa che sia, perché tutto è parte di un disegno più grande. Non sta a loro comprenderlo. Sta a loro accoglierlo e aprirsi, come fiori, alla gratitudine di questa vita.
Così tiriamo fuori barattoli, semplicissimi post-it, colori e qualche stikers a forma di stella.
Pensavamo di proporre un gioco sulla gratitudine.
Non immaginavamo che quei piccoli pezzi di carta potessero diventare, nelle loro mani, opere d’arte.
Colori. Disegni. Piccole forme. Parole. Decorazioni. Vita che pulsa.
Una creatività ardente che viveva imprigionata dentro di loro e aveva solo bisogno di essere liberata.
Come se fosse stata lì tutto il tempo ad aspettare una finestra aperta, un permesso. E poi eccole: le ali, il volo.


Tra gioia, risate, condivisioni e un amore infinito che sentiamo le une per le altre, costruiamo il nostro barattolo della gratitudine.
Ma il grazie di oggi non riguarda soltanto ciò che è già accaduto. Lo portiamo anche là dove ancora niente esiste. Verso il futuro.
Ringraziare un sogno prima che accada
la tecnica del grazie verso il futuro dal protocollo del perdono My Life Design
Chiediamo a ciascuna di pensare a qualcosa che desidera realizzare.
Un sogno. Un progetto. Una possibilità. Qualcosa che ancora non c’è.
Le mani vanno al cuore. Grazie.
Poi immaginiamo il percorso necessario per arrivarci: la strada, i passi, le difficoltà, gli incontri, la perseveranza, i valori e le risorse che – vive in loro – permetteranno loro di realizzarlo.
Le mani tornano al cuore. Grazie.
Poi immaginiamo noi stesse mentre lo stiamo realizzando. Grazie.
Infine lo vediamo già compiuto. Come se quel futuro, sia già presente.
Grazie.
E ricominciamo: Grazie. Grazie. Grazie.
Finché quella parola diventa quasi respiro.
Questo grazie non cancella il dolore, le perdite, le privazioni, le condizioni in cui vivono e nemmeno la fatica e la difficoltà.
La gratitudine non serve a giustificare ciò che è accaduto.
Serve a tornare integre, intere, vive risvegliare quella fiamma che accende anima e cuore.
«Ora sento che ho una ragione per cui svegliarmi la mattina»
Ed è qui che alcune delle condivisioni di questi tre giorni iniziano a trovare un significato ancora più profondo.
Juliana ci racconta:
«Non sono riuscita a finire la scuola per problemi personali, ma mi è sempre piaciuto fare qualcosa oltre la routine quotidiana di cucinare e pulire casa. Ora mi sento così contenta, sento che ho un purpose, una ragione per cui svegliarmi la mattina.»
Magdolin dice:
«Il mio sogno era di lavorare con un’organizzazione per aiutare gli altri… pensavo che il mio sogno fosse distrutto con tutto quello che è stato distrutto intorno a noi. Ma voi mi avete ridato speranza. Sento che il mio sogno non è ancora sparito.»
Questa frase rimane sospesa.
Tutto quello che è stato distrutto intorno a noi.
Eppure:
il mio sogno non è ancora sparito.
Forse è questo uno dei punti più difficili da raccontare senza tradirlo.
Noi possiamo pianificare un futuro e dimenticarci che perfino poterlo pianificare è una possibilità che non è concessa allo stesso modo a tutti.
Nel mondo esistono donne con talento, intelligenza, desideri, immaginazione, forza, capacità di cura e di leadership immense, la cui energia è stata assorbita per anni da qualcosa di molto più elementare:
sopravvivere.
Proteggere i propri figli.
Cercare una casa.
Mangiare.
Scappare.
Restare vive.
Non hanno meno sogni.
Hanno dovuto sopravvivere e spendere più vita per poter continuare ad averli.
Ed è per questo che sentirne uno riemergere qui, dentro una stanza a Qah, non è una cosa piccola.
Il tempo per sé
Un’altra trasformazione sembra quasi insignificante.
Finché non la ascolti davvero.
Sahar racconta:
«Eravamo sempre per gli altri: per la casa, per i bambini, per le donne… non c’era mai tempo per noi. Abbiamo detto: “Quando beviamo il caffè dobbiamo farlo per noi”. Ora riesco a prendere quel tempo di rilassamento lontano da tutti.»
E Rasha:
«Ho imparato non solo che devo mettere me stessa al primo posto ma anche come farlo. Nessuna di noi lo faceva. Anche il modo in cui beviamo il tè e il caffè è cambiato: prima lo bevevo di fretta… adesso voglio berlo con calma, ho scelto io cosa fare e ho messo i miei desideri al primo posto. Questo è già un cambiamento che ne porta altri maggiori nella vita.»
Un caffè.
Un tè.
Bevuto lentamente.
Potrebbe sembrare niente.
E invece è una realizzazione immensa che, giorno dopo giorno, cambia tutto:
questo tempo è anche mio.
Un piccolo, grande esercizio di autodeterminazione.
Una ferita che si fa feritoia attraverso cui entra libertà.
Perché le grandi trasformazioni non iniziano sempre con grandi gesti.
A volte iniziano così.
Da una donna che, per dieci minuti, interrompe la corsa verso i bisogni degli altri.
Si siede.
Tiene tra le mani il suo tè.
Lo beve piano.
E, per una volta, resta con sé.
“Alle cose grandi si arriva attraverso quelle piccole abitate con grande amore”.
“Sono stati i giorni più leggeri dell’anno”
Alla fine ci dicono:
«Pensavamo che tre giorni fossero pesanti, come i giorni di lavoro… invece sono stati i giorni più leggeri e belli dell’anno. Torniamo a casa super leggere.»
Ci fermiamo a sentire questa parola:
Leggerezza
Eppure fuori da quella porta la realtà è ancora la stessa. I problemi non sono scomparsi.
La leggerezza di cui parlano non viene dalla cancellazione della realtà.
Viene dalla consapevolezza di poter sentirsi, ascoltarsi e per donare tutto ciò che hanno attraversato e stanno attraversando.
Nel respiro. Nel sentire.
Nelle parole e nella condivisione.
Nel non essere più sole.
E nel ricordarsi che sotto il peso continua a esserci una donna, una persona…e Vita.
Torniamo alle domande da cui siamo partite
Nel corso della mattina torniamo anche agli assessment psicometrici con cui avevamo iniziato il primo giorno.
Li compiliamo di nuovo: ascoltiamo come ci sentiamo: benessere, stress, risorse, emozioni.
Ciò che questi tre giorni hanno mosso.
Tre giorni fa quelle domande erano diventate il primo spazio per fermarsi e dare voce a ciò che pesava: le notti senza sonno, le paure, i pensieri che non si spegnevano, i ricordi della guerra e dello sfollamento.
Oggi torniamo negli stessi luoghi interiori.
Ma non vogliamo raccontare già una conclusione.
Saranno i dati a dirci, dopo l’analisi, cosa è cambiato e in quale misura ma soprattutto sarà il cammino insieme.
In fondo questo è solo l’inizio perché ci aspettano 8 mesi insieme, di incontri settimanali in remoto, pratica, condivisione e accompagnamento nel loro divenire Nurturer per altre donne.
C’è però qualcosa che ci hanno detto a caldo: che le loro risposte erano completamente diverse da quelle del primo giorno.
Perché la loro percezione della realtà era completamente diversa.
Ciò che prima pesava ora ha un altro peso. Dove prima non c’era speranza ora si è risvegliata. Ed anche la voglia di realizzare e realizzarsi si è accesa e con lei una gioia profonda.
Così, eccoli i frutti maturare sul nostro albero a concludere questo terzo giorno insieme
Torniamo infine al grande foglio.
Il nostro albero non è più quello del primo giorno. È un’esplosione di vita, natura, colori…amore.
I semi hanno radici. Le radici sono diventate tronchi. I tronchi hanno dato vita ai rami. E adesso sui rami arrivano fiori.
Frutti. Colori.
Ognuna può aggiungere ciò che sente. Senza consegne rigide né forme giuste.
Dopo tre giorni quell’albero è diventato quasi irriconoscibile.
Non appartiene più a una sola persona.
I rami si sono attraversati, le linee confuse e fuse tra loro, i colori sono sbrodolati e viaggiano ormai liberi oltre ogni bordo.
È un unico organismo fatto di ognuna di noi.
E forse è proprio questa l’immagine di Karuna che ci rimarrà:
il nutrimento che si fa cura,
radici e rami, fiori e frutti,
Nella libertà di essere
ognuna a proprio modo,
insieme.
Ed è così, in cerchio, che celebriamo queste giornate insieme.
Mano nella mano chiudiamo gli occhi. Insieme facciamo un respiro che custodisce tutto e tutte.
Ci guardiamo negli occhi.
Riconoscendoci l’un l’altra: vita della stessa vita. Uno nell’uno. Uno nella pace. Uno nella Luce.
Ciò che ci ha permesso
di stare insieme
è il vedere nell’altra
questa stessa vita
riconoscerla,
ed in questo incontro
esserla,
Insieme.
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