GIORNO 1: SEMI e RADICI

«Ho sentito come se questa rete fosse il nostro cuore
e ognuno dei fili le vene che ci collegano le une alle altre.»

Ma cominciamo dall’inizio.

Il primo giorno insieme a questo gruppo di donne siriane inizia così.

In cerchio.

Con un tè, qualcosa da mangiare, il tempo necessario per guardarci e cominciare a conoscerci.

Dovevano essere undici. Ne arrivano otto: tre di loro non riescono a raggiungerci a causa di un grave guasto alla macchina. Qui anche arrivare a un incontro può significare affrontare ore di viaggio e dipendere da un marito, un padre, un conoscente o da qualunque mezzo sia disponibile. Alcune donne arrivano da mezz’ora di distanza, altre impiegano fino a tre ore.

Vivono quasi tutte nei campi per persone sfollate al confine con la Turchia.

Dalla finestra del luogo in cui ci troviamo si vede quasi materialmente la frontiera: da una parte la Siria, dall’altra le luci della Turchia. In mezzo, territori che durante la guerra migliaia di persone hanno attraversato cercando una via di fuga. Molte delle strutture nate allora come sistemazioni d’emergenza sono diventate, negli anni, case senza esserlo mai davvero. Alcune famiglie vivono lontane dai luoghi da cui sono partite da quindici anni; spesso non hanno più una casa a cui tornare, o quella casa oggi è abitata da altri.

Eppure questa mattina, entrando nella stanza, per qualche ora tutto questo rimane fuori dalla porta.

Ci sediamo insieme.

Munira, Huda, Hala, Fatima, Sahar, Nancy, Manal, Rasha, Julia, Magdalen.

Ci raccontiamo chi siamo.

Ascoltiamo ciò che sentiamo dentro, proprio ora.

Come stiamo attraversando le difficoltà, le sfide, i cambiamenti che la vita ci pone davanti.

Alcune, mentre gli uomini lasciano la stanza, lentamente si scoprono il volto. È un gesto piccolo, eppure sembra segnare l’inizio di uno spazio differente: uno spazio tra donne, nel quale potersi lasciare vedere un po’ di più. 

Ed è qui che, 

per la prima volta,

la metodologia e i protocolli My Life Design arrivano in Siria,

e per la prima volta anche nel mondo arabo.

Non come qualcosa da insegnare dall’alto.

Ma come uno spazio da attraversare insieme.

Uno spazio di presenza, consapevolezza, ascolto e cura.

Fermarsi

Compiliamo insieme alcuni questionari psicometrici.

Ci aiuteranno, nel tempo, a osservare come in ognuna di loro cambierà il livello di benessere, la resilienza con cui affrontano le durezze della vita, il modo in cui vivono ed elaborano dolori e traumi e come vivono stress e ansie di ogni giorno.

Come ascoltano, riconoscono e trasformano emozioni, pensieri e vissuti.

Ma succede quasi subito qualcosa che va oltre la misurazione.

Ogni domanda diventa un luogo in cui fermarsi, una possibilità per ascoltare ciò che pesa.

Paure, stanchezze, le notti in cui il sonno non arriva, i pensieri che non si spengono.

Il rumore di un temporale che, ancora oggi, 

può far temere che stia arrivando una bomba. 

Il volto pensieroso di un marito che può riaccendere, 

in un istante, il ricordo della guerra o dello sfollamento.

Così ad ogni risposta, un peso lascia il petto e apre la gola.

A dar voce a qualcosa che forse di voce non ne ha mai potuta avere.

Una delle donne ci dice qualcosa che ci tocca nel cuore:

“Per noi questi tre giorni saranno come “una vacanza di tre mesi”

Non perché stiano andando da qualche parte, ma perchè finalmente possono fermarsi e concedersi tempo per sé, di riposo, ascolto, cura. 

E ascoltandole comprendiamo sempre di più cosa significhi.

Una di loro ha visto quattro fratelli martirizzati durante la guerra. Suo marito è ancora oggi in prigione.

Una ragazza ha appena diciassette anni. È rimasta orfana a quindici e vive insieme al fratello e alla nonna, di cui devono prendersi cura.

Un’altra ha sei figli. Tutta la famiglia conta su di lei.

Un’altra ancora ha trentotto anni, è fisioterapista e vive con il marito e i figli. Il più piccolo dei figli ha una disabilità. E qui la disabilità genera vergogna e diviene un grosso stigma  per la madre: qualcosa che gli altri possono leggere come una sua colpa, come se fosse stata lei a causarla. Così quel bambino esce raramente di casa, e sua madre ha cercato di trasformare il piccolo spazio in cui vivono nel luogo più bello e accogliente possibile per lui.

Ascoltandole, ci accorgiamo che non stiamo incontrando soltanto storie di guerra.

Stiamo incontrando vite intere. 

Donne che hanno perso, che si sono prese cura, che continuano a reggere famiglie intere, che hanno paura, ma anche sogni, desideri, sorrisi genuini e una gran voglia di risate, libertà e rinascita.

Donne spinte da un’ardente voglia di mettersi in gioco e ricominciare.

Durante il pranzo tutto questo emerge ancora più naturalmente.

Mangiamo insieme sedute a terra, sui materassi della stanza. 

Gli stessi materassi che qui, come nelle loro abitazioni, durante il giorno diventano sedute e la notte diventano letti. Ci preparano con attenzione un pasto vegetariano. Parliamo. Ci mostrano le fotografie dei figli, le loro case, le persone che amano. 

Una scena che potrebbe accadere ovunque nel mondo.

Donne sedute insieme, in cerchio a condividere un pasto, ridere e chiacchierare di figli, mariti, lavoro e storie di vita.

Ed è forse proprio questo che colpisce di più: quanto, al di là di tutto ciò che ci separa, ci riconosciamo.

Il filo che ci unisce

A un certo punto salta la corrente.

Qui succede spesso.

La traduzione a distanza si interrompe e Nancy, una giovane donna di Aleppo che parla inglese e che accompagnerà anche le fasi successive del progetto, ci aiuta a continuare. 

Prendiamo un gomitolo. Loro scelgono il filo bianco. Cominciamo a passarcelo.

Poi il filo comincia a passare di mano in mano.

Munira, Huda, Hala, Fatima, Sahar, Nancy, Manal…
ognuna ne custodisce una parte.

Ognuna trattiene tra le dita una parte del filo prima di consegnare il gomitolo a un’altra. 

E lentamente, nel centro del cerchio, nasce una rete.

La guardiamo. Poi iniziamo a muovere appena le dita: un movimento quasi impercettibile.

Eppure il filo si muove altrove. Qualcun’altra lo sente.

E quel piccolo movimento arriva, attraverso la rete, fino alle altre.

Qualcosa di normalmente invisibile improvvisamente diviene visibile, percettibile, noi tutte lo sentiamo:

quanto siamo interconnesse.

Il mio benessere tocca il tuo. Il tuo quello di un’altra persona.

E impatta i figli, la famiglia, la comunità intera.

E allo stesso tempo ognuna con il proprio filo, tutto parte da sé, ognuna nella libertà di essere se stessa.

Eppure, insieme.

È allora che Hala guarda quella rete e dice:

«Ho sentito come se questa rete fosse il nostro cuore
e ognuno dei fili le vene che ci collegano le une alle altre.»

E poi:

«Sento che ora, ovunque saremo, siamo sorelle.»

Tornare al cuore

Tra silenzi, risate, sguardi e parole condivise facciamo un respiro profondo.

Chiudiamo gli occhi. Respiriamo.

E ci immergiamo nell’ascolto del cuore grazie a una tecnica di coerenza cardiaca che grazie a Diana abbiamo tradotto in arabo dal profondo e validato impatto su tutto il sistema psicofisico, vitale, emotivo e immunitario.

Una di loro si addormenta col sorriso sul volto, le altre ci raccontano di aver sentito una pace profonda, un rilassamento che da tempo non sperimentavano e proprio quella sensazione che il cuore diventasse più grande, a contenere davvero ogni cosa. 


Abbastanza grande da contenere ciò che c’è. 

Senza dover più negare, reprimere, reagire né cambiare niente.

E forse è questo il punto.

Non cancellare ciò che c’è nè pretendere che il dolore scompaia.

Ma trovare dentro di sé uno spazio abbastanza vasto da poterlo accogliere.

Uno spazio nel quale ciò che abbiamo vissuto possa esistere senza coincidere interamente con ciò che siamo.

E abbastanza profondo da riportarci, poco a poco, nell’intimità di chi siamo davvero.

Il seme

Qual è il seme che voglio coltivare dentro di me?

Questa la domanda che ci poniamo in questo primo giorno del progetto Karuna dedicato proprio ai Semi e Radici.

Così prendiamo alcuni piccoli ceci. Ognuna ne tiene uno tra le mani. 

E questa domanda continua a risuonare nel cuore: 

Qual è il seme che voglio coltivare dentro di me?

Non per tuo marito, non per i tuoi figli, non per qualcuno di cui devi occuparti.

Questa volta per te.

Perché prendersi cura di sé non significa sottrarre qualcosa agli altri. 

Significa prendersi cura di sé così nel profondo 

da poter donare a chi si ama e agli altri 

ciò che davvero si è.

Da quel luogo da cui una cura più profonda comincia a propagarsi nel cosìdetto ripple effect, l’effetto a cascata.

Una dopo l’altra arrivano le parole:

Speranza luminosa.

Sicurezza.

Amore.

Pace della mente.

Conoscenza di sé.

Prendiamo colori, pastelli, acquerelli. Su un grande foglio iniziano a comparire semi e radici.

Lasciamo che quella parte più intuitiva, creativa e profonda possa esprimersi senza dover trovare necessariamente le parole giuste. Poi chiudiamo ancora una volta gli occhi.

Portiamo simbolicamente quel seme nel cuore. E immaginiamo che cominci a mettere radici.

Forti. Profonde. Radici capaci, un giorno, di sostenere una nuova fioritura.

Forse è qui che le storie di queste donne smettono di sembrarci lontane.

Perché dietro lingue, confini, guerre e vite radicalmente differenti, riconosciamo qualcosa che appartiene anche a noi.

La necessità di essere viste, ascoltate, la necessità di riconoscersi in libertà.

Di poter appoggiare, almeno per un momento, ciò che portiamo.

Di ricordarci che siamo molto di più di ciò che ci è accaduto.

E di poter ancora scegliere quale seme nutrire.

Questo è stato il nostro primo giorno.

Il primo seme di Karuna in Siria.

E l’inizio di un percorso che, da queste donne, potrà continuare a muoversi come quel filo: da una persona all’altra, da una donna a un’altra donna, da una famiglia a una comunità.

Karuna: nutrire la vita.

Presenza. Ascolto. Cura.

Di sé. Dell’altra. Della comunità.

Chi desidera può contribuire a rendere possibile questo percorso sostenendo il progetto di La Lumera ODV. Sostieni il progetto Karuna – Dona ora Ricordati di indicare nella causale la dicitura “erogazione liberale Siria”

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