GIORNO 2: TRONCO e RADICI

«Questa pratica è stata come fare un viaggio dentro di me.
Non c’erano più difficoltà, confini, pesantezze.
È stato come incontrare una nuova me.
Quella che sono davvero.
Mi ha ridato libertà.»

Sono le parole di Houda.

Donna siriana rifugiata. Fisioterapista. Madre. Moglie.

Una delle donne che con fortissima volontà ha scelto di vivere con noi questi giorni di “ritiro-missione” nel progetto Karuna, qui a Qah, in Siria.

E forse la parola che più di ogni altra ha attraversato oggi questa stanza è proprio questa:

Libertà.

Il secondo giorno inizia da dove ieri avevamo lasciato il nostro albero.

Dopo aver scelto il seme da piantare e aver immaginato le radici capaci di sostenerlo, oggi iniziamo a far crescere il tronco e i rami.

Entriamo nel mondo delle emozioni, parliamo di cosa sono, di cosa accade quando riusciamo a riconoscerle.

Della possibilità di imparare a sostare in ciò che sentiamo senza doverlo immediatamente allontanare, reprimere o cambiare.

E anche di quelle emozioni che, dopo esperienze troppo forti, possono rimanere come congelate.

Non scomparse, e ferme da qualche parte.

In attesa, forse, di uno spazio sufficientemente sicuro nel quale poter tornare a essere sentite.

Prima ancora di entrare più profondamente in questo ascolto, però, ci fermiamo nel corpo.

Portiamo l’attenzione ai piedi: prima alla pianta, al tallone, alle punte.

Camminiamo lentamente nella stanza, sentendo la presenza dello spostarsi da un passo all’altro.

Incrociamo gli sguardi. Ci muoviamo libere.

E senza quasi accorgersene, alcune di loro iniziano a giocare con noi. Con la punta del piede “pestano” la nostra, ridono, si cercano. E raccontano che è lo stesso gioco che facevano da bambine.

È come se il tempo tornasse indietro, farsi più vasto, leggero, senza limiti. E anche i corpi si alleggeriscono. Le risate arrivano prima delle parole.

Poi Hala, la più giovane del gruppo, lascia nascere spontaneamente un piccolo movimento di danza.

Julia le prende la mano. La fa girare in una piroetta.

È un momento semplice che dentro contiene moltissimo.

Perché tornare al corpo non significa soltanto incontrare ciò che fa male. 

Significa anche ritrovare il gioco. La memoria di una leggerezza. La possibilità di muoversi senza paura.

E da lì, con un po’ più di spazio dentro, possiamo continuare.

Entriamo così nella pratica della Ruota delle emozioni.

Il perdono My Life Design arriva in Siria

Iniziamo insieme una pratica del protocollo dell’Accademia del Perdono My Life Design: la Ruota delle emozioni.

Così anche il perdono arriva in Siria ed entra,  in questa forma, per la prima volta nella cultura araba.

E anche il gruppo entra in sé attraverso la pratica. Il corpo si ferma. Gli occhi si chiudono. E iniziamo a percorrere, una dopo l’altra, emozioni, sensazioni, stati interiori.

Senza più giudizio, senza più dover etichettare un’emozione giusta o sbagliata. 

Le ascoltano. Imparano a riconoscerle. A sentirne il movimento.

A vedere cosa accade dentro di loro quando, invece di fuggire da ciò che sentono, semplicemente restano, ascoltano, accolgono.

Quando riapriamo gli occhi, sono tutte meravigliate e sorprese. Ci condividono di non aver mai percepito un’emozione così chiaramente, sentendo esattamente dove fosse nel loro corpo.

Poi parla Houda e quello che ci condivide fa vibrare il nostro cuore nel profondo.

«È stato come fare un viaggio dentro di me.»

Poi continua:

«Non c’erano più difficoltà, confini, pesantezze.
È stato come incontrare una nuova me.
Quella che sono davvero.»

E infine pronuncia quella parola:

Libertà.

La respiriamo tutte. E’ viva, presente, qui e ora in questa stanza. Nel respiro e nella presenza di ognuna di noi.

Perché la libertà non è soltanto qualcosa che riguarda i confini geografici, le possibilità di muoversi, i luoghi in cui si può o non si può andare.

In questo istante assume un significato intimo.

La libertà di sentire, di ascoltarsi, di incontrare una parte di sé che esiste prima dei ruoli, prima delle responsabilità, prima di tutto ciò che ogni giorno chiede di essere sostenuto. 

Libertà di conoscersi, accogliersi, amarsi, così. Esattamente come si è

Disegnare fuori dalle righe

A un certo punto poniamo una domanda:

Quale emozione, quale sensazione senti che può sostenere te stessa e, attraverso di te, anche la tua famiglia e la tua comunità?

E torniamo al nostro albero.

Ieri avevamo piantato il seme, lasciando che le radici scendessero nel terreno.

Oggi è il tempo di disegnare il proprio tronco.

E poi i propri rami.

Colori, forme, linee cominciano a riempire il grande foglio condiviso.

Non esiste un modo giusto e non c’è una forma prestabilita.

Eppure ieri ognuna era stata nel proprio quadratino, come se ci fossero limiti e confini invisibili ma invalicabili.

Oggi no, oggi è diverso.

E mentre disegniamo, Sahar alza gli occhi dal foglio, riguarda il suo disegno e ci dice:  

«Come i pittori possono disegnare fuori dalle righe, anche noi qui possiamo fare lo stesso.
Perché qui, ora, siamo libere.

Non so da dove mi venga questo pensiero, ma è così»

Ancora questa parola: Libertà.

E nel fluire della creatività, del gioco e del sentire i rami iniziano a incontrarsi. 

Il ramo di un albero raggiunge quello accanto. Un colore attraversa uno spazio e ne incontra un altro.

Molti dei loro alberi, nati ciascuno da un seme differente, cominciano a toccarsi.

A connettersi.

Come se il disegno stesse ripetendo, in un’altra forma, ciò che ieri aveva fatto il filo bianco.

Ognuna con il proprio tronco. Le proprie radici. I propri rami. Eppure ancora una volta insieme.

Qualcosa, oggi, è cambiato.

Ce lo dicono loro. Ieri c’era curiosità. Ma anche incertezza.

Si chiedevano “Chi siete? Cosa succederà? Come sarà stare insieme? Come ci sentiremo?”

Oggi i corpi sono più rilassati. Le parole arrivano più facilmente. Ci si interrompe. Si ride più leggere. Ci si racconta più a fondo.

Rasha ci dice:

«Ieri ero un po’ confusa. Non sapevo come sarebbe stato, come sareste state voi, come saremmo state noi. Oggi sono molto più tranquilla. So chi siete, so come siete.
E questo mi dà fiducia.»

E un’altra racconta che porterà a casa tutto. Le storie tristi ascoltate. Le cose belle. Il rilassamento. L’energia. I sorrisi.

«I vostri sorrisi rimarranno nella nostra mente e nei nostri ricordi.»

Poi aggiungono qualcosa che ci tocca profondamente.

Dicono che qui stanno riuscendo ad aprirsi, parlare ed essere autentiche, semplici, vere.

Che sentono un’accoglienza che permette loro, a loro volta, di accoglierci.

E he sono contente che ciò che sta accadendo venga raccontato. 

Ci chiedono di portare fuori da questa stanza, in Italia e nel mondo le loro foto, i video fatti e soprattutto le loro storie, l’ impegno che ci hanno messo, la fatica che per loro significa essere qui e la volontà che ci hanno messo.

Perché anche arrivare fin qui significa organizzare i figli. Trovare un mezzo.  Lasciare per la famiglia per una giornata intere. Percorrere strade lunghe. Spostare, almeno per un giorno, tutte quelle responsabilità che abitualmente non possono essere rimandate.

E vogliono che questa scelta abbia un significato, sì per loro stesse, ma anche oltre di loro.

Ci dicono qualcosa di molto semplice:

la cosa più importante è poter aiutare altri

 mentre ci prendiamo cura di noi.

Ed eccoci, allora, anche per questo, qui a raccontare le loro storie e questo viaggio insieme che è appena iniziato.

Per renderti partecipe, e in qualche modo parte, di ciò che sta accadendo.

E, se lo vorrai, per darti la possibilità di sostenere questa “missione” e soprattutto il loro cammino : 

  • quello interiore, che in questi giorni sta prendendo forma attraverso ascolto, consapevolezza e strumenti di consapevolezza; 
  • e quello “pragmatico” verso una maggiore autonomia ed emancipazione economica.

Karuna, infatti, non si conclude con questi tre giorni. 

Il progetto nasce perché alcune di queste donne possano proseguire il percorso formativo, approfondire gli strumenti ricevuti e, passo dopo passo, diventare a loro volta una risorsa per altre donne della propria comunità.

Perché ciò che oggi viene ricevuto possa un giorno essere trasmesso, creando nuove possibilità di cura, competenza, dignità e autonomia.

Chi desidera può contribuire a rendere possibile questo percorso sostenendo il progetto di La Lumera ODV. Sostieni il progetto Karuna – Dona ora Ricordati di indicare nella causale la dicitura “erogazione liberale Siria”

Le radici sono dentro. Il tronco sostiene.
E i rami si protendono verso il mondo.

E quando un ramo ne incontra un altro, 

ciò che è nato da un singolo seme, diviene nutrimento per tutti.

Nutrimento reciproco

A un certo punto, nel cerchio, tocca anche a noi condividere. 

E prendiamo consapevolezza sempre più profonda che non siamo qui solo a portare e condividere qualcosa.  

Stiamo ricevendo. E molto. È un nutrimento reciproco.

Così ognuna di noi condivide con loro qualcosa  che sentiamo forte e di molto simile nell’essenza: 

“Che il loro entusiasmo, la loro voglia di esserci, di mettersi in gioco, di imparare e poi di condividere ciò che stanno vivendo con altre persone ha riacceso in noi il significato profondo di ciò che facciamo.

A volte, nei nostri luoghi, abbiamo accesso a così tante possibilità da finire quasi per non vederle più.

Ci abituiamo:  allo stare insieme, all’avere uno spazio per ascoltarci, alla possibilità di prenderci del tempo… ci abituiamo a tutto e troppo spesso, diamo così tanto per scontato.

E perdiamo di vista l’essenza, la semplicità, e la Vita che vive in ogni piccolo e umile gesto.

Qui, invece, il valore di ogni piccolo gesto torna a essere visibile.

E il loro modo di riceverlo ci ricorda perché siamo partite e il senso più profondo di essere qui.

Perché anche questo è Karuna:

non qualcuno che dà e qualcuno che riceve. Ma persone che si incontrano. 

In questo incontro ci riconosciamo

vita della Vita, 

fluire naturale nella luce di questa esistenza.

Le domande delle madri

Nel pomeriggio la stanza cambia ancora.

Con noi si collega Annarosa Colonna, medico e neuropsichiatra infantile.

Ma oggi non incontra queste donne soltanto come professionista.

Le incontra anche come madre.

Madre di sette figli, tra cui Enea, il più piccolino,  abbandonato a pochi mesi in un cassonetto della spazzatura per i grandi  problemi di salute, adottato e salvato da Annarosa. 

E forse proprio questa doppia presenza,  la competenza di un medico e l’esperienza concreta di una madre,  apre immediatamente un altro spazio.

Cominciano le domande. Tante.

Sulla salute dei figli. Sul loro comportamento, la loro mente, le paure, la cura del loro corpo, su ciò che preoccupa e che non sanno come interpretare.

Su cosa è normale e cosa forse ha bisogno di attenzione.

Annarosa risponde: da neuropsichiatra e da madre.

Loro ascoltano, intervengono, raccontano.

E soprattutto scrivono e prendono appunti continuamente. Ancora una volta sentiamo chiaramente qualcosa che avevamo intuito già ieri:

quanto grande sia la sete di spazi

 in cui poter essere ascoltate, viste, comprese

e luoghi dove potersi esprimere, chiedere e confrontarsi liberamente.

In cui qualcuno abbia il tempo di ascoltare fino in fondo una domanda. E magari rispondere senza giudicare.

Restituire

Quando l’incontro sta per finire, Annarosa lascia loro una frase e forse non poteva esserci modo più giusto per chiudere questa giornata:

«Tutto ciò che hai visto in te, amalo
e donalo con ancora più amore.»

Così rimaniamo lì ancora qualche istante per qualche istante lì.

Tra gli alberi disegnati, i rami che si sono incontrati e le parole annotate sui quaderni, le emozioni che oggi hanno potuto avere un nome.

E ci torna al cuore alla parola che Huda aveva pronunciato qualche ora prima:

Libertà.

Forse oggi libertà è stata proprio questo.

La possibilità di sentire senza dover fuggire.

Di disegnare fuori dalle righe.

Di poter fare una domanda, raccontare qualcosa di sé, muovere il corpo in un gesto di danza libera e improvvisata.

Poter ricevere. E poter immaginare di restituire ciò che si è ricevuto, moltiplicandolo.

Ieri abbiamo piantato semi e radici. In questo secondo giorno sono comparsi tronchi e rami.

E molti di quei rami, senza che glielo chiedessimo, hanno già cominciato a cercarsi, a toccarsi, a crescere insieme…e lasciare che sboccino le prime gemme 🌸

Karuna: nutrire la vita.

Cura. Di sé. Dell’altra. Della comunità.

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