Nella lettera di Liberi Scambi di oggi, la rubrica che connette chiunque lo desideri con Claudio, recluso nel carcere di Opera, diventato a tutti gli effetti volontario attivo, Claudio, su richiesta di Rita manda un messaggio ai giovani.
Ecco la sua risposta a una domanda che gli è stata rivolta.
“Ciao Claudio, lavoro con i giovani, nella scuola superiore. Alcuni di loro mi dicono che l’eventualità di provare l’esperienza del carcere non li spaventa ma piuttosto li “intriga”. Spesso, i valori in cui credono, dicono esser quelli del successo ad ogni costo, dell’essere “visti”, non importa per quale motivo, che ciò che conta è di “farsi rispettare” anche con la forza. Che chi parla di comprensione, accoglienza, perdono è uno “sfigato”. Vorrei chiederti, cosa ti verrebbe da dire loro. Sarò grata di portare le tue parole.”
“Carissima Rita,
da quando scrivo per la Rubrica Liberi Scambi, questa è la prima volta che mi blocco davanti a una domanda che mi viene posta. Mi scrivi di giovani in cerca di trasgressione per noia: “Alcuni di loro mi dicono che l’eventualità di provare l’esperienza del carcere non li spaventa ma piuttosto li intriga”.
Spesso, i valori in cui credono, “dicono esser quelli del successo ad ogni costo, dell’essere visti, non importa per quale motivo, che ciò che conta è di farsi ‘rispettare’ anche con la forza. Che chi parla di comprensione, accoglienza, perdono è uno sfigato”.
A questi nostri giovanissimi Amici mando un caloroso abbraccio accompagnato da una sorta di
‘riflessione a voce alta’ per raccontare come mi sento da quando mi hanno rinchiuso, 36 anni fa, in questi
orribili posti.
Dai circuiti di massima sicurezza di un carcere, dal loro silenzio, dalla solitudine, s’impara a immergersi nel mondo della riflessione. In questi lunghissimi anni ho visto le azioni, le sofferenze, le vite, la mia vita e quelle degli altri che non ci sono più. Ogni volta la frustrazione è enorme, è un annientamento completo della persona, vedersi lentamente invecchiare, giorno dopo giorno, anno dopo anno, mi tiene in sospeso tra la vita e la morte. Le ore, i giorni, i mesi, gli anni, i decenni, dopo decenni stanno scorrendo in una totale inutilità.
Sono arrivato a rassegnarmi e ad abituarmi a un mondo isolato, perché la rassegnazione, così come l’abitudine, mi aiuta ad accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, fino a imparare a portare le catene, fino ad osservare con sollievo il deterioramento del mio corpo.
Mi sono rassegnato anche al dolore e alla solitudine che è la più dura da sopportare in questi posti. Di tempo, ne è trascorso così tanto da non rendermi nemmeno conto quello che mi rimane da vivere.
Oggi sento di possedere qualcosa, ed è questo mondo che sento tutto mio. Lo so bene che è privo di ogni cosa, privo di amore, di calore, privo di vitalità ma è un mondo che mi permette di vivere seppur mi sia stato negato di esistere.
Inoltre, è questa è una confessione, io non vivo e quello che mi accade non lo percepisco veramente, è come se accadesse a un altro “Io” che vive fuori di me. Non è insensibilità, è vera e propria sopravvivenza; sono divenuto spettatore di me stesso, anche se, in realtà, molto spesso quando vedo la mia immagine riflessa nello specchio, è come se vedessi l’altro “io”, non mi riconosco, non vedo più il ‘ragazzo del delitto’ di un tempo, non vedo più il ragazzo che amava trasgredire, non vedo più il ragazzo che provava a farsi “rispettare attraverso la forza”.
Spero che la mia dolorosissima testimonianza, possa far riflettere tutti quei ragazzi che hanno letto
con attenzione la narrazione della mia vita, poiché, la mia esperienza dolorosa non riguardi, un giorno, le
loro esistenze.
Ciao, cara Rita. Un caro abbraccio affettuoso. Claudio.”
