Nella lettera di Liberi Scambi di oggi, la rubrica che connette chiunque lo desideri con Claudio, recluso nel carcere di Opera, diventato a tutti gli effetti volontario attivo, Claudio, risponde a Barbara che gli chiede:
“Nel tuo quotidiano hai un momento tutto tuo, puoi trovare un momento di presenza intima con te stesso, nonostante il luogo? Se sì, puoi descriverlo?”
Prima di rispondere alla tua domanda, ho bisogno di descriverti un po’ le carceri e come li vivono la maggior parte della popolazione ristretta.
Le carceri sono dei micro mondi e rappresentano depositi del malessere della società stessa.
Sono dei luoghi popolati da chi non ci vorrebbe stare e dove il corpo, i sensi, l’anima si ribellano continuamente per uscirne fuori. Sono posti dove degli esseri umani vivono in cattività e, raramente e stranamente sono vissuti, per chi ci vive, anche per un breve periodo, come un qualcosa di provvisorio.
Per uno strano e sinistro gioco della mente umana, si crede che questi siano i luoghi definitivi della vita e non una parentesi come realmente tantissime volte è. La mente accetta con apparente rassegnazione questa condizione come forma strana di sopravvivenza. Però, il corpo, gli organi vitali, il cuore non si rassegnano. La stessa razionalità non ammette ragione. Corsi di meditazione, di rilassamento e letture di saggi di stoici o di filosofi dell’Antica Grecia tante volte non bastano ad alleviare il dolore di un corpo che soffre, di una mente che soffre e che chiedono aiuto perché chiusi in questa non naturale condizione. Le cause principali di questo malessere sono da ricercarsi anche nella privazione sensoriale che caratterizzano l’ambiente carcerario, nella mancanza di affetti e nell’esiguità dei rapporti sociali.
Il carcere si costituisce come un ambiente di deprivazione interattiva, condizione che può produrre dei cambiamenti nella persona. L’ottundimento delle capacità intellettive e l’apatia possono rappresentare anche una diminuzione delle abilità di focalizzazione dell’intenzione e la povertà dell’ambiente circostante richiede insistentemente, come tu mi chiedi: […] un momento di presenza intima con te stesso […]. In questi casi, bisogna inventarsi dei momenti di silenzio, di solitudine e di rifugiarsi in spazi ovattati. Spazi che consentano di pensare e di riflettere, […] “nonostante il luogo”[…].
Ti lascio con brevissimo passo del libro del Cardinale Carlo Maria Martini,
Conversazioni notturne a Gerusalemme: “La notte è un momento di oscurità, di immaginazione, i sensi si affinano”.
Ciao, carissima Barbara. Ti ringrazio tantissimo per le tue domande.
Ti abbraccio con affetto.
